TRAME DI BOSCO - La rana, il fungo e il bottone
Questa storia l’abbiamo creata insieme.
Dalla macchia di colore del 1 aprile, è uscita una rana.
Quella rana è diventata la protagonista di una storia.
Vi ho chiesto di scegliere dove vive: avete scelto sotto un fungo.
Vi ho chiesto cosa porta sempre con sé: avete scelto un vecchio bottone.
Un fungo per casa, un bottone per amico
Partendo dalle due immagini che avete scelto, ho scritto una storia.
Anche questa volta abbiamo scelto insieme un sentiero da percorrere.
E la storia che ne è uscita ha un qualcosa di magico… perché non è mia, è nostra.
Io mi sono divertita moltissimo a scriverla, spero diverta molto anche chi la leggerà.
Ecco qui la storia della rana che vive sotto un fungo e porta sempre con sé un bottone.
La rana, il fungo e il bottone
Qualche tempo fa, sarà stato inizio aprile, stavo tranquillamente passeggiando nel bosco.
Non prestavo troppa attenzione a dove stavo andando, tanto tutti i sentieri vicino a casa mia conducono nello stesso luogo: il colle delle rane. Nessun mistero sul perché si chiami così… Il colle delle rane è pieno di rane. Ce ne sono così tante, che in alcuni periodi dell’anno il loro gracidio è tanto intenso da essere fastidioso.
Ad ogni modo, quel giorno ero ancora lontano dal colle. Passeggiavo tra i faggi, dondolando qua e là un ramo che avevo raccolto quella mattina.
Incontro con la rana
All’improvviso iniziò a scendere una debole pioggerella. Il cielo era grigio da giorni, ma speravo la pioggia mi avrebbe risparmiato per quella breve passeggiata.
E lì, in mezzo alla faggeta, al riparo sotto un grande fungo, la vidi.
Una rana. Lontana dal colle delle rane.
Mi avvicinai lentamente. Mi guardò, ma non si mosse.
Mi avvicinai ancora. Continuò a fissarmi e cominciai quasi a sentirmi un po’ a disagio…
Mi fermai, e mi chinai per osservarla meglio.
Era una rana, una semplice rana che si riparava dalla pioggia sotto un fungo.
Perché poi una rana debba ripararsi dalla pioggia, proprio non lo so, ma sembrava proprio così.
Vidi che teneva qualcosa in bocca. Aguzzando lo sguardo, capii che era un bottone.
“Questa è bella!”, pensai. “Perché una rana dovrebbe avere un bottone?”
Così come era cominciato, smise di piovere. La rana uscì da sotto il fungo e si allontanò saltellando, sempre con il bottone in bocca.
Neve in aprile?
Tornai a casa senza sapere cosa pensare.
Nei giorni seguenti feci sempre passeggiate nella zona dell’avvistamento: lei era sempre lì attorno, e sempre con il bottone in bocca.
Un giorno trovai il bottone sotto il fungo, ma della rana non c’era traccia.
Mi nascosi dietro un grande faggio e aspettai. Dopo poco più di un’ora, la rana tornò, si rimise il bottone in bocca e saltellò via.
Il giorno dopo questo episodio, si scatenò una bufera di neve come non se ne vedevano da decenni. In aprile, poi!
Chiuso in casa, pensavo alla rana, al suo bottone. Speravo che stessero bene. Cioè, che la rana stesse bene. Sicuramente il bottone non avrebbe avuto problemi.
Il pupazzo di neve
Quando la mattina dopo mi avviai per andare a cercarla, la neve mi arrivava a mezzo polpaccio. Arrancai faticosamente fino al fungo, che ovviamente era sepolto dalla neve. Lo liberai piano, facendo attenzione a non romperlo. Speravo di trovare la rana lì sotto, ma non c’era.
Non volendo rientrare prima di averla vista, iniziai a fare un pupazzo di neve. Non avevo la carota per il naso, ma avrei sicuramente trovato qualche ramo o foglia che potesse fare al caso mio.
Costruii il corpo, la testa, due rami divennero le braccia, due sassi gli occhi. Un rametto con alcune foglioline verdi formò un naso un po’ buffo. Adesso mancavano solo tre sassi per decorare il corpo. Due li trovai subito e li misi sul “petto” del mio pupazzo. Stava venendo proprio bene.
Mi voltai per cercare il terzo, e quasi caddi dallo spavento. La rana mi stava fissando. Era su una roccia lì vicino, sgombra dalla neve. In bocca, sempre il bottone.
Saltò giù dalla roccia per avvicinarsi, e ovviamente scomparve sotto la neve. Stavo per accorrere in suo aiuto, quando la vidi balzare fuori e saltare più avanti, sparendo un’altra volta. In quattro balzi raggiunse il mio pupazzo di neve.
Prima che avessi il tempo di fare alcunché, saltò un’ultima volta, depose il bottone sulla pancia del pupazzo, esattamente nel punto in cui avrei messo il terzo sasso.
Atterrata, fissò con orgoglio la sua opera, poi si allontanò.
Non ho mai capito cosa fosse esattamente successo.
Quella rana aspettava proprio me?
Aspettava la neve?
Voleva contribuire alla costruzione di un pupazzo di neve?
Non l’ho mai saputo.
Per anni ho vagato per quei boschi e mi sono spinto fin sul colle delle rane, ma la mia rana non l’ho più rivista. O forse, senza bottone in bocca, semplicemente si confondeva con le altre